Lasciando proprio da parte le questioni riguardo a chi debba essere colpevolizzato, il fatto in sé chiaro e lampante rimane: ed è che non c'è alcun rapporto di sana proporzione tra la provvigione di lusso e divertimento e il tentativo di provvedere al bisogno e alla disperazione. Lo schema è fin troppo sbilanciato sulla prosperità e fin troppo poco sui bisogni - proprio come nello Stato moderno. Il signor Veneering, lo si deve ricordare, nel suo messaggio elettorale, "ha istituito un nuovo e impressionante paragone tra lo Stato e la nave"; il paragone, anche se non è proprio nuovo, rischia di diventare un po' troppo impressionante. Nel momento in cui si costruisce una nave che è grande come un impero, l'impero a sua volta diventa molto simile a quella nave - e assai simile alla nave che affonda.
C'è davvero una connessione tra questo tipo di catastrofi e certi scomparti della nostra mente che rifiutano di crederle possibili. Un qualsiasi uomo ignorante che va per mare su una piccola barca può fare qualsiasi altro tipo di errore: può fidarsi delle superstizioni, può bere troppo rum, può ubriacarsi e può affogare. Ma, prudente o spericolato che sia, ubriaco o sobrio, non si dimenticherà mai che è su una barca e che la barca è pericolosa come un'animale feroce o come un cavallo selvaggio. Le linee stesse della barca hanno il profilo sfuggente e poetico del pericolo; la struttura e i gesti che appartengono alla barca riflettono esattamente l'aspetto di un luogo sotto assalto. Ma se si costruisce una barca così grande da non sembrare più neanche una barca, bensì da sembrare un paese acqueo, per forza questo indurrà la mente a uno stato di vigilanza ridotto, perché la natura più profonda dell'essere umano è fatta così. Un nobiluomo che viaggia a bordo di una nave portandosi dietro tutto il suo parco macchine si sente quasi come se passeggiasse tra gli alberi del suo parco. Gente che passa il tempo tra i tavolini di un caffè sorseggiando whisky e ghiaccio è lontana anni luce dal prendere in considerazione lo sconvolgimento degli elementi naturali, così come sarebbe lontana anni luce dall'immaginarsi un terremoto se fosse al Grand Hotel.
Questo processo mentale non è esattamente logico, ma di fatto è inevitabile. Certo, sia i marinai che i passeggeri sono mentalmente coscienti che avere un parco macchine nella stiva è meno utile delle scialuppe di salvataggio e che il whisky con ghiaccio non è un antidoto contro gli iceberg. Ma l'uomo non è tanto governato da ciò che pensa, quanto da ciò che sceglie di pensare; e le visioni che giorno dopo giorno si sono radicate inabissandosi dentro di noi dipingono le pareti delle nostre menti di tinte che spaziano solo tra l'insolenza e il terrore. Questo male è tra i frutti peggiori prodotti dall'estrema disuguaglianza in ambito sociale, che è il tratto distintivo della nave moderna - e dello Stato.

(Articolo pubblicato su un giornale inglese dallo scrittore britannico G. K. Chesterton dopo il naufragio del Titanic l'11 maggio 1912, tradotto da Annalisa Teggi, ripreso da www.tempi.it)
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