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martedì 3 maggio 2011

Un mare agitato e una pesca improbabile

Quando ero in seminario desideravo essere prete. Appena diventato prete non vedevo l’ora di essere mandato in una parrocchia. Assaporata la bellezza del ministero pastorale ho chiesto al Signore di poter presto diventare parroco. E pensavo che fosse così realizzato un sogno. E invece no! Dopo qualche anno, nel servizio al centro nazionale di Azione Cattolica, ho dovuto abbandonare la parrocchia di Acquaviva Picena nella quale ero appena da due anni. Francamente, anche se era bello ciò a cui ero chiamato, lasciare la parrocchia mi è sembrato uno strappo significativo. Forse perché nella formazione di noi preti “essere parroco” è visto quasi come una sorta di pienezza incontestata. Diceva un prete anziano della mia diocesi: “Lascia pure che parlino.... Intanto io qui sono il parroco, il vescovo, il papa e il re”. Era un bravo prete che adesso non c’è più. Molto amato dalla sua gente. Tuttavia questa era la sua teologia e la sua esperienza di Chiesa.
Se “essere prete = essere parroco” si finisce per identificare la parrocchia con se stessi, i parrocchiano come sudditi, e una iniziativa mal riuscita come un tragico fallimento dal quale ci si risolleva a fatica, a meno che non si abbia pronto qualcosa o qualcuno su cui scaricare colpa e responsabilità. Come se Gesù non avesse detto abbastanza chiaramente che il male bisogna cercarlo dentro di noi e non fuori, che sono le responsabilità personali ad essere in gioco e non le altrui.
Insomma non ero più parroco! E non senza provare dolore o necessariamente operare dei cambiamenti. Questa mia rinuncia però ha avuto anche qualche risvolto positivo. Ad esempio, continuando ad amare la parrocchia, la guardo a distanza, senza esserle tenacemente avvinghiato, abitando anche altri luoghi, e mi sorgono domande inattese.
Una di queste domande nasce dall’insistenza con cui gli evangelisti descrivono il contesto della predicazione di Gesù, accerchiato e quasi sopraffatto dalla folla desiderosa di ascoltarlo e di vederlo. E le nostre chiese sempre meno piene. E le nostre assemblee sempre meno affamate e assetate, anzi aggredite dalla sonnolenza di chi è già sazio di ogni cosa.
E se poi non dipendesse solo dai sudditi-parrocchiani? Se le responsabilità non fossero solo altrui? E il parroco-vescovo-papa-re? Anche lui sempre più demotivato e deluso? Anche lui apparentemente sazio, ma vuoto?
Non è facile ed immediata la risposta. Però ricordo che un giorno sulle rive del lago di Gennèsaret, dopo una di quelle grandiose predicazioni del Maestro accadde un fatto strano. Ce lo racconta l’evangelista Luca:
«Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano» (Lc 5,4-6).
Dopo tanto affanno anche Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sperimentavano il fallimento e la desolazione. Erano partiti con entusiasmo, avevano fatto tutto quello che era necessario, ce l’avevano messa tutta. E non avevano pescato nulla. Qualche volta è capitato anche a me. Qualche volta è l’esperienza della Chiesa di oggi.
Ma è sulla tua parola che ho gettato le mie reti, Signore? O sul mio compiacimento. Nel momento attuale non deve essere la fatica a qualificare il nostro agire pastorale, rispetto all’agire del mondo. E neppure il momentaneo fallimento. Se non volessimo faticare e non avessimo sempre la possibilità di fallire, saremmo quelli del “tutto e subito”. Ma che merito ne avremmo? Non fanno è così pure tra i pagani? Comoda è la strada che conduce alla perdizione. E la fede salva, non la certezza.
Allora qualificante il nostro agire, non il facile, il solito, il ripetitivo, il sicuro, il conosciuto, ma scommettere tutto sulla sua parola. Andare a gettare le reti dove ci dice lui, là dove i pesci ci sono. Poiché nulla richiede dinamicità più della pesca. Poiché non è la corrente che deve essere seguita, ma dove sono i pesci!
Il beato Giovanni Paolo II, guardando profeticamente il nuovo millennio, invitava la Chiesa ad assumere con coraggio e senza esitazione, un dinamismo nuovo, una nuova rotta, una ulteriore direzione: la radicalità della Parola come dinamica nuova, il cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo come nuova rotta, e i luoghi da essi abitati come direzione reale. Invece di rimanere intrappolati dentro le mura e le logiche delle sacrestie, alzare lo sguardo e prendere il largo, di nuovo. E nel mare spesso ignoto gettare ancora una volta le reti.
Scrivono i vescovi italiani in un bellissimo documento di questi anni: «È necessaria una pastorale missionaria, che annunci nuovamente il Vangelo, ne sostenga la trasmissione di generazione in generazione, vada incontro agli uomini e alle donne del nostro tempo testimoniando che anche oggi è possibile, bello, buono e giusto vivere l’esistenza umana conformemente al Vangelo e, nel nome del Vangelo, contribuire a rendere nuova l’intera società».
Non è indolore il cambiamento. Non è sempre facile. Anche i pescatori di Galilea, dopo aver dato seguito alla proposta del Signore, quasi affondano e sono presi da timore e forse da qualche rimorso. Ma poi si inginocchiano e riconoscono la verità di quella parola e, nell’entusiasmo riacquistato, la bellezza della sequela.
E noi? Siamo disposti ad operare un cambiamento nelle prassi e nelle logiche delle nostre “pastorali”? Saremmo sopraffatti dal timore di non farcela o avremo fede? Continueremo a seguire le nostre abitudini e presunzioni oppure ci abbandoneremo alla spregiudicatezza della parola di Gesù?
Questa domanda non può rimanere elusa da parte di quel parroco-papa-vescovo-re, e neppure dai cosiddetti sudditi. Riguarda tutte intere le nostre comunità, costituita dall’unico Battesimo e resa ricca da molteplici carismi e ministeri.
«E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5,11). La nostra vocazione è la sequela, lo stile per realizzarla è quello dei pescatori. In ogni caso non si può stare fermi, e la strada percorsa nella consuetudine non sempre garantisce un buon risultato. In cammino, in movimento, in cambiamento sempre, poiché secondo un antichissimo adagio la Chiesa semper reformanda est, e paradossalmente la fedeltà alla tradizione sta nel continuo cambiamento e adattamento! Non secondo le comodità, i gusti e le mode però. Secondo la sua parola, la parola di Gesù. O almeno ci si prova!
(tratto da Dino Pirri, Dalla sacrestia a Gerico, ed Ave)

4 commenti:

  1. Questa tua riflessione è davvero un fulmine a ciel sereno! Grazie don Dino!

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  2. maria luisa (pellegrina)4 maggio 2011 20:51

    E' sicuramente interessante e dovrebbe far riflettere, sia i parroci che i parrocchiani.

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  3. Rossana (di Albino...per intenderci)13 maggio 2011 22:58

    spesso davanti hai miei fallimenti non capisco: ma come? ho fatto tutto quello che dovevo, perchè ora non raccolgo i frutti???
    Ma chi l'ha detto che,nel progetto di Dio, debba essere proprio io a raccoglire questi frutti?
    Chi l'ha detto che "tutto quello che dovevo fare" sia la stessa idea di quello che Dio vuole da me?
    Caro Don Dino, hai ragione.... sono quella del "tutto e subito" e nonostante i miei sforzi, più o meno miseri, cado sempre negli stessi errori,ma..... incredibile ma vero: il Signore mi ama anche così!!!
    Grazie per la riflessione....

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  4. E non solo ti ama! Ti rimette continuamente in cammino. In una continua Risurrezione!

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